Nelle note di “Antichrist” di Lars Von Trier è presente una dedica per Andrej Tarkovskij, regista russo pre caduta del muro, che personalmente conoscevo solo per i brevi spezzoni visti su Youtube e di cui in questi ultimi giorni ho guardato per intero i suoi 7 lungometraggi. A parte il primo, “L’infanzia di Ivan” (1962) – nel quale si nota comunque immediatamente la sua notevole tecnica accoppiata alla nitidezza di immagine grazie all’uso di obiettivi di alto livello, ma che rimane un classico film di guerra, a partire dai successivi sono presenti le tipiche tematiche sviluppate dal grande regista russo: il ricordo, l’oblio, l’inconscio, il simbolismo, l’inutilità dell’esistenza etc. Nel secondo film “Andrej Rublev” (1966), diviso in parti, un pittore monaco vissuto nel XV secolo si chiede il motivo per cui dovrebbe dedicare le sue opere a un Dio che permette e accetta le peggiori nefandezze da parte degli uomini. Dopo aver analizzato il passato Tarkovskji si cimenta con il futuro, attraverso la fantascienza di “Solaris” (1972) nel quale uno psicologo viene inviato in una base che orbita attorno al pianeta appunto chiamato “Solaris” per scoprire il motivo che porta gli astronauti ad essere terrorizzati e incapaci di proseguire nei compiti assegnategli. Stilisticamente il film non mi convince per larghi tratti in quanto la tipica regia di Tarkovskij, poco montaggio e più movimento della cinepresa, non si adatta ai luoghi chiusi della base che caratterizza la maggior parte del film. Nel seguente, il criptico “Lo specchio” (1975) il protagonista, di cui si sente solo la voce, ricorda la sua vita da bambino e la contrappone a quella vissuta successivamente da adulto, con moglie e figlio. Qui Tarkovskij usa il colore per le immagini più recenti e un b/n derivante dallo stesso negativo del colore, per quelle passate. Da un punto di vista stilistico “Lo specchio” è il film perfetto del regista russo, con alcune tra le sue sequenze più riuscite. “Stalker” (1979) girato in piena guerra fredda, è caratterizzato da un clima glaciale e surreale, tipo post guerra atomica, con un ritmo esageratamente lento che accentua l’inesorabile disperazione dell’intera vicenda. Lo stalker è la guida, in questo caso di un professore e di uno scienziato verso l’interno di una zona vietata dove si trova una stanza nella quale si possono esaudire i desideri. Scavalcati gli anni ‘70 Tarkovskij scappa dall’Unione Sovietica visti i cattivi rapporti con il potere comunista e si sposta in Italia. La Rai produce il seguente “Nostalghia” (1983) con Domiziana Giordano protagonista. Il film è costruito sulle memorie di un poeta russo che vive in Italia e che ripensa alla sua giovinezza nel paese natale, periodo che viene rappresentato attraverso un bianco e nero che lascia di stucco. L’ultimo capitolo della sua carriera, poco prima della morte è “Il sacrificio” (1986) girato in Svezia in onore di Bergman e di cui Tarkovskij in questo film si lascia tranquillamente influenzare. E’ un’amara considerazione sulla piega presa dalla società moderna e sull’inutile utilizzo delle scoperte tecnologiche e in generale una critica nei confronti del progresso.
Pur essendo un cinema datato, i temi trattati da Tarkovskij sono tutt’ora attuali e la realizzazione, l’originalità nelle scelte cromatiche, anche grazie all’opera di restaurazione, è di altissimo livello. Tutto questo pone il regista russo accanto ai grandi cineasti di ogni epoca.