Roma

"Madres Pararelas" (2021) di Pedro Almodovar.
Film d'apertura di Venezia. Due donne occupano la stessa stanza di ospedale in attesa di partorire. Una è minorenne, l'altra adulta. Diventano amiche e coinvolte nello stesso destino di dover far crescere le rispettive figlie senza padre. Da qui in avanti il film riserva varie sorprese, alcune facilmente prevedibili altre meno,  come quella che si materializza sulle note di summertime di janis joplin. La storia principale sembra però solo un pretesto per affrontare il problema dei desaparecidos, argomento mai affrontato in terra iberica. Si passa dal melodramma alla tragedia. La protagonista interpretata da Penelope Cruz (Coppa Volpi) infatti riesce ad ottenere i fondi per dissotterrare una fossa comune dove è sepolto il nonno. Controversa l'ultima immagine del film. Se nel precedente Almodovar parlava dei suoi scheletri personali,  in questo sono quelli dell'intera Spagna ad essere rappresentati.
Madres Paralelas ***
 
[font=Calibri,sans-serif][size=medium][font=Times New Roman,serif]La scelta di Anne - L'Événement (2021) di Audrey Diwan[/font]
[font=Times New Roman,serif]E' stato presentato a Venezia dove ha vinto il Leone d'oro quale miglior film. Storia vera, tratta di una studentessa universitaria francese che all'inizio degli anni 60 rimane incinta e decide di abortire. Già due anni fa un film in un contesto differente si occupava dello stesso tema, "Never Rarely Sometimes Always" il titolo. In quel caso la ragazza doveva fronteggiare l'aspetto psicologico della sua scelta, qui la protagonista ancor prima di affrontare i sensi di colpa deve combattere contro una legge che non le permette di abortire e di conseguenza un'intera società che le volta le spalle. Il film cresce d'intensità con il passare delle settimane di gravidanza e quella che inizialmente pareva una regia approssimativa e superficiale diventa uno dei punti di forza del film con la cinepresa incollata in maniera ossessiva alla protagonista, ossessione che Anne trasferisce nei confronti del feto il cui sentimento negativo è direttamente proporzionale al rifiuto che riceve per la sua scelta da parte dell'ambiente che le sta attorno. Tema che naturalmente divide ancora oggi malgrado si siano fatti passi in avanti nell'accettare che la decisione spetta alla donna. Convincente l'interpretazione da parte di Anamaria Vartolomei.[/font][/font][/size]​
[font=Calibri,sans-serif][size=medium][font=Times New Roman,serif]L'Evenement ***[/font][/font][/size]​
 
“Mulholland Drive” (2001) di David Linch
Per un attimo abbandono i film presentati a Cannes e Venezia. Il 15 novembre uscirà in molte città italiane la versione restaurata di quello che i fan di Linch considerano il suo capolavoro, alcuni arrivano addirittura a considerarlo il più bel film del cinema. Non lo avevo mai visto, non potevo non dagli un’occhiata prima di vederlo magari al cinema nella nuova veste (in verità l’ho visto due volte). E’ la storia di un’attricetta che sogna di diventare una stella di Hollywood. Questo in estrema sintesi il soggetto, la trama è molto complessa ma a mio parere è la cosa migliore del film, una sceneggiatura geniale in una realizzazione che soprattutto nella prima parte lascia un po’ a desiderare. Ascoltando la trasmissione radiofonica di Raitre “Hollywood Party” che ha dedicato al film un’intera puntata, si scopre che in verità il film doveva essere una serie televisiva bocciata però dal committente per la complessità della vicenda. Linch allora decide di concluderlo come film. A parte Naomi Watts e davvero pochi altri, gli attori sono di discutibile livello, il direttore della fotografia di certo non uno Storaro e qui e là si nota l’influenza neppure troppo nascosta di Hitchcock. Un film corretto in corsa che col tempo ha acquisito la fama di capolavoro tra appassionati e critici. Presentato a Cannes venne battuto per la Palma d’Oro da “La stanza del figlio” di Moretti. Un consiglio per chi lo volesse guardare: una visione non è sufficiente, oppure prima ancora di vederlo, approfondire la trama perché il rischio è di non capire nulla.

Mulholland Drive ***
 
"In the Mood for Love" (2000) di Wong Kea-wai
Altro film recuperato. Hong Kong 1962, due coppie si trasferiscono in uno stabile nello stesso momento, divenendo vicini di casa. L'uomo di una delle due coppie e la donna dell'altra si incontrano spesso nel pianerottolo nei momenti di rientro uscita da ciascuna casa. Con molta discrezione decidono di frequentarsi anche fuori, dando vita a una relazione extra-coniugale. La trama è molto semplice, la bellezza del film è nella cura con cui è stato realizzato. Ogni scena è girata con una perfezione maniacale. Ogni dettaglio, come l'inquadratura di un viso o di un oggetto, rimanda all'arte fotografica. La varietà dei colori dei vestiti e dell'arredamento delle abitazioni lascia senza parole. Qualcuno dirà che è solo un esercizio stilistico e alcune immagini troppo ridondanti, ma la qualità della pellicola non può essere messa in discussione.

In the Mood for Love ****
 
[font=Calibri,sans-serif][size=medium][font=Times New Roman,serif]Tre film del 2021 dai festival più importanti. Presentato a Berlino “Petite Maman” di Céline Sciamma. Una bambina accompagna i genitori a mettere a posto la casa della nonna appena morta. Giocando nel bosco vicino incontra un’altra bambina che non è altro che la madre alla sua stessa età. Film sul potere che i bambini hanno di vivere un’altra vita immaginaria all’interno della loro reale. Ottime le premesse, che purtroppo però vengono disperse con il passare dei minuti quando la magia diventa troppo simile alla realtà. **.
Direttamente da Cannes dove ha vinto la Palma d’Oro “Titane” di Julia Ducournau. Una ragazza con una placca di titanio nel cervello a seguito di un incidente, ha seri problemi ad accettarsi e a sopportare tutto quello che le ruota attorno. Diventa una serial killer ammazzando chiunque abbia la pessima idea di voler stabilire un rapporto con lei. Per sfuggire alla cattura si traveste da maschio, ma è solo un altro modo per cancellare la propria identità ed essendo rimasta incinta cerca in tutti modi di abortire. Faccio fatica a considerarlo un film riuscito, tropo controverso e a volte inutilmente violento con scene difficili da digerire. Eppure alla fine l’ho trovato interessante, con una regia incalzante, bellissima nei due minuti iniziali. Più che da Palma d’Oro il mio pensiero è che sia diretto a un pubblico ristretto. ***
Proveniente da Venezia invece “Freaks Out” (2021) di Gabriele Mainetti, film fantastico ambientato durante la seconda guerra mondiale. Alcuni circensi con poteri straordinari sono costretti a sciogliere la compagnia per via della guerra. Dopo varie peripezie si ritrovano a lavorare nel circo di Berlino di stanza a Roma. Utilizzeranno i loro poteri per liberare alcuni ebrei destinati ai campi di concentramento. Film di puro cinema dove si possono riconoscere tanti grandi registi del passato a partire da Fellini ma anche recenti come Tim Burton. Gran lavoro di Mainetti, una regia brillante senza pause. Molto brava Aurora Giovinazzo nella parte di Matilde. Unico difetto del film, la battaglia finale troppo lunga e eccessiva. Per il resto ottimo. ***
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Una domanda al mio critico cinematografico preferito : hai visto  There is no evil dell'iraniano Mohammad Rasoulof ?
 
Gianni ha scritto:
Una domanda al mio critico cinematografico preferito : hai visto  There is no evil dell'iraniano Mohammad Rasoulof ?

Purtroppo no. L'avevo cercato dopo Berlino senza risultato. Poi la pandemia e gli atri festival me l'hanno fatto scordare. Tu l'hai visto?
 
Si, era un vita che non andavo al cinema e devo ammettere che mi ha impressionato: veramente una piacevole sorpresa!
 
"Annette" (2021) di Leos Carax
Film di apertura di Cannes quest'anno. Una coppia di artisti, lui (Adam Driver) stand up comedian, lei (Marion Cotillard) cantante lirica, hanno una bambina che ha le sembianze di un pupazzo. Il loro è un rapporto che funziona, basato sull'equilibrio dei ruoli, nessuno sente invidia per il successo dell'altro. Improvvisamente lui viene accusato di molestie da alcune donne a da li in avanti l'equilibrio si rompe sino a un evento tragico. La prima parte l'ho trovata davvero riuscita, un film coraggioso diviso tra musical, teatro e lirica senza che una componente prenda il sopravvento sull'altra. La regia e il montaggio dimostrano il gusto e il talento di Carax, la parte teatrale mi è parsa davvero interessante. Purtroppo nella seconda metà non viene solo meno l'equilibrio all'interno della coppia, ma anche quello presente nel film dove la componente musical prende il sopravvento rendendo il tutto un po' ridicolo con Driver che tenta di sfruttare il talento acerbo della figlia. Un film sull'amore, sul potere di migliorare la nostra esistenza ma che a volte ci spinge a esagerare rovinando tutto.

Annette **
 
“Spencer” (2021) di Pablo Larrain
Proveniente da Venezia, un altro scorcio di biografia da parte del regista cileno dopo “Jackie” moglie di Kennedy e “Neruda”. Sono gli ultimi mesi del matrimonio di Lady Diana e l’ultimo natale con la famiglia reale nella residenza in Norfolk. E’ una Diana sull’orlo del suicidio, isolata dall’entourage della Regina, evitata da Carlo che l’accusa di aver mischiato vita privata con vita pubblica. Diana è stufa di recitare una parte che non le si addice, di vivere una vita piena di formalità e lusso sfrontato, per non parlare del tradimento perpetuo e sin dal principio da parte del marito. Le rimangono i figli e poco altro. Nel film non c’è nulla che non si sapesse già e Larrain fa del suo meglio per mantenere l’interesse nello spettatore attraverso la sua regia, una delle migliori in circolazione, aiutato dalla fotografia opaca, come il film, di Claire Mathon e dalla musica classica da camera, alternata nei momenti più bui da un soffice jazz fusion, composta da Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead. Il finale è un po’ hollywoodiano, con le cose che sembrano mettersi a posto, con Diana che “scappa” con i figli a Londra. Ma, come sappiamo, è solo apparenza.

Spencer ***
 
“E’ stata la mano di Dio” (2021) di Paolo Sorrentino
Gran premio della giuria a Venezia, prodotto da Netflix, quindi pochi giorni in sala e poi solo sulla piattaforma. Film autobiografico in cui il giovane Sorrentino è alla ricerca della sua strada nei giorni dell’arrivo a Napoli di Maradona, di cui il regista era grande tifoso. E’ un film personale, con la sua famiglia al centro della storia, Toni Servillo il padre, e nel quale il protagonista capisce un giorno che il suo futuro sarà nel cinema, il solo che gli permetta di trovare quello che la realtà gli nega. Personalmente l’ho trovato debole, con una regia stanca senza che bastassero le acrobazie di alcuni protagonisti pittoreschi e alcune sequenze felliniane a risollevare il mio giudizio. Però leggo da più parti recensioni positive, in più il premio a Venezia, quindi sicuramente sbaglio io.

E’ stata la mano di Dio **
 
"Cry Macho" (2021) regia Clint Eastwod
Non capisco perché abbiano speso soldi a reclamizzarlo. 

Il buon Clint dovrebbe rassegnarsi e dedicarsi più ai nipotini. Ha fatto il suo tempo. Se ne faccia una ragione.

Cry Macho *
 
Così fai arrabbiare tuco. Se poi aggiungi qualcosa di sconveniente su "Get back" 7 ore di film che sto guardando piano piano,  allora ti scavi la fossa.
 
Ho visto a tappe forzate il diluvio Beatlesiano, causa dolce metà in stato catalettico, in pieno deliquio ossequioso. Un documento storico notevole reso interminabile dal sottotesto onnipresente: adorateli ancora ed ancora. Però, obiettivamente, da NON fan del quartetto, è stata una bella esperienza.


E cmq, recuperate "Yesterday" di Danny Boyle di un paio d'anni fa. Uno shock elettrico planetario sballa la realtà nel frammento di multiverso limitrofo dove tutto pare uguale salvo che i Beatles non sono mai esistiti. Ma qualcuno, dopo lo shock elettrico, ha mantenuto la memoria e li ripropone nei nostri giorni. Le reazioni sono la trama.
Come sarebbe il mondo senza nutella? Una possibile risposta in questo film.
 
pozzengo ha scritto:
Ho visto a tappe forzate il diluvio Beatlesiano, causa dolce metà in stato catalettico, in pieno deliquio ossequioso. Un documento storico notevole reso interminabile dal sottotesto onnipresente: adorateli ancora ed ancora. Però, obiettivamente, da NON fan del quartetto, è stata una bella esperienza.


E cmq, recuperate "Yesterday" di Danny Boyle di un paio d'anni fa. Uno shock elettrico planetario sballa la realtà nel frammento di multiverso limitrofo dove tutto pare uguale salvo che i Beatles non sono mai esistiti. Ma qualcuno, dopo lo shock elettrico, ha mantenuto la memoria e li ripropone nei nostri giorni. Le reazioni sono la trama.
Come sarebbe il mondo senza nutella? Una possibile risposta in questo film.


Visto pure io, una cosa magnifica, beatlesiano da sempre, non sono riuscito ad avere l'occhio asettico...gustare il tutto, dalle dinamiche di gruppo, al processo creativo, alla performance musicale...ed il rooftop e' una pietra miliare della musica dal vivo, e' stata un esperienza per me sublime....la pellicola restaurata e nitida sembra un girato di ieri, i colori della swinging London vividi e magnetici...c'è John che vuole diventare qualcosa di più di un musicista, Paul genio despota perche' vuole che il gruppo vada oltre, George che salito di livello soffre non più in silenzio, l'adorabile Ringo, sempre presente e sul pezzo, assecondatore di genio con soluzioni , il vero collante tra i quattro.... Il documentario di Jackson e' stupendo, come dice il Poz, per tutti , non solo per i fan, i quattro di Liverpool sono patrimonio dell'umanita'.
 
[font=Calibri,sans-serif][size=medium][font=Times New Roman,serif]“Get Back” (2021) di Peter Jackson[/font][/font][/size]​
[font=Calibri,sans-serif][size=medium][font=Times New Roman,serif]E’ un documentario sulle session che portarono i Beatles agli ultimi due album della loro epopea, “Abbey Road” e “Let it Be”, gennaio 1969. Per quanto mi riguarda i fab four non mi introdussero al rock, per quello ci furono successivamente i Rolling Stones, mi limitai ad ascoltarli insieme ad Abba e Donna Summer. Furono comunque la miglior vetrina per la nuova musica che si stava sviluppando negli anni sessanta, oltre a contribuire al mutamento del costume in una società sempre più dedita ai consumi. Il documentario è diviso in tre parti per un totale di circa 7 ore. Nella prima parte si vede il gruppo e il suo infinito entourage affittare uno stabile a Twickenham per preparare uno show televisivo poi annullato. A parte McCartney gli altri componenti non sono entusiasti della situazione che sfocia con l’abbandono momentaneo di Harrison. Nella seconda parte la band si trasferisce negli studi di Abbey Road per l’incisione di nuovi brani e la preparazione di un concerto dal vivo. Dopo aver pensato al parco di Primrose Hill decidono di farlo sul tetto degli studi. In questa fase alternano le prove di nuovi brani (Get Back, Let it Be, Don’t Let Me Down etc) con la riproposizione di vecchi (comica una versione di “Help”), anche di altri artisti rock and roll o brani futuri come “Jealous Guy” intitolato per l’occasione “Going to Marrakesh” che farà parte di un album solista di Lennon. Vedendoli suonare e non conoscendoli vengono in mente dei principianti capitati per caso in uno studio di registrazione. Si nota anche la differenza tecnica con l’unico session man presente alle registrazioni, Billy Preston. Poi però i brani ascoltati nella versione definitiva fanno capire quale fosse la capacità compositiva e la loro coesione come band. La terza parte prosegue con le stesse modalità della seconda con le prove di altri brani nuovi come “The Long and Winding Road” e “Something” con alcune delle più memorabili melodie mai ascoltate. Che il gruppo si trovasse a un bivio è evidente quando discutono a lungo se continuare a lavorare per un disco, fare il concerto sul tetto o ripensare al Tv show, con Harrison che parla già di disco solista (con l’approvazione di Yoko Ono…). Il successivo breve concerto sul tetto, interrotto dalla polizia per le lamentele e il caos creato in strada, è la cosa migliore del documentario, ma era già visibile da tempo su Youtube.[/font][/font][/size]​
[font=Calibri,sans-serif][size=medium][font=Times New Roman,serif]Giudizio finale. Anche come documentario o mini serie televisiva in tre puntate mi è parso eccessivamente lungo e con alcune parti ripetitive. Avrei escluso totalmente la prima parte e accorciato le altre due. La qualità delle immagini e il suono è eccelso e non sorprende considerato quale investimento ci fosse dietro ai Beatles. Per appassionati.[/font][/font][/size]​
[font=Calibri,sans-serif][size=medium][font=Times New Roman,serif]Get Back **[/font][/font][/size]​
 
Bruvura ha scritto:
panenka ha scritto:
Quindi è inutile che lo recensisca.

noi non volevamo dirtelo per delicatezza ma vale per tutto...
Niente....Nun t'ha dato retta....sempre fasato con quel trombone intronato de Scaruffi.
Panenka, George era incazzato perché aveva decine di canzoni di alto livello , che finirono su un album TRIPLO, "All thing must pass" a fine 1970, dai critici considerato , probabilmente, il miglior album solista di un Beatle...l'album dei Beatles del 1971 se ci fosse stato, avrebbe contenuto Imagine, All thing must pass, Maybe i'amazed, another day, jealous guy, It dont come easy..... Invece si sciolsero prima... 
Isn't It a pity ?
 

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