Roma

Finirla a quel punto è stato il loro vero capolavoro. Non avevano più nulla da dire come band, ormai componevano singolarmente e per tutti gli anni sessanta erano rimasti chiusi negli studi di registrazione a sfornare successi  senza fare un solo concerto dal 1966 in poi. Yoko Ono si era impossessata di Lennon e Harrison voleva avere i suoi spazi, il solo McCarteney aveva interesse a continuare perchè il vestito cucito addosso ai Beatles era il suo. Anche il rock era cambiato: sino alla prima metà degli anni sessanta i  quattro avevano influenzato la scena, nella seconda parte invece la rivoluzione culturale li travolse rendendoli innocui. 
Leggevo che la Bbc ha scovato il poliziotto che interruppe il concerto sul tetto. Aveva solo 19 anni e non aveva un disco dei Beatles, gli piacevano Simon & Garfunkel. 19 anni.....
 
Ah Pane'.....hanno inventato il concept album;  SGT Pepper che e' padre della psichedelia e probabilmente della musica etnica e' del 1967, il brano Helter Skelter che e' considerato capostipite dell'hard rock e' del 1968....erano così innocui che quei quattro anni dei Beatles sono l' ispirazione di tanta ...ma tanta musica successiva.
 
Tuco, con rispetto, non hanno inventato una benemerita riguardo psichedelia e hard rock. Arrivano buoni secondi, se non terzi, inglobando intuizioni altrui. Se poi il discorso è: hanno contribuito a diffondere e attirare l'attenzione del loro vasto pubblico, bè... sono un altro paio di maniche e se ne può ragionare.

Psy-garage (bastante concettuale anche se è un ossimoro considerato che si stonavano proprio per non concettualizzare)



(Proto) Hard Rock



 
pozzengo ha scritto:
Tuco, con rispetto, non hanno inventato una benemerita riguardo psichedelia e hard rock. Arrivano buoni secondi, se non terzi, inglobando intuizioni altrui. Se poi il discorso è: hanno contribuito a diffondere e attirare l'attenzione del loro vasto pubblico, bè... sono un altro paio di maniche e se ne può ragionare.

Psy-garage (bastante concettuale anche se è un ossimoro considerato che si stonavano proprio per non concettualizzare)



(Proto) Hard Rock





Ma Panenka nun me po' attacca' er pippone con l'esempio di Preston che faceva il session men e che loro tecnicamente erano scarsi.... Mozart era bravo a suona' er pianoforte ? Keith Emerson a livello di virtuosismo tecnico lo sovrasta ? Per dire...a me me frega er giusto ...Keith Emerson e' stato un ottimo musicista...e di Mozart ne dobbiamo parlare ?
 
Si ma anche sulla storia del concept album basta andare in rete e si parla di Frank Zappa Beach Boys ma non è che mi appassioni sapere quel'è il primo ad aver fatto qualcosa perchè sappiamo che non è così. Anche sulla psichedelia, erano già due anni che giravano brani psichedelici, loro stessi ne in filarono un paio in "Rubber Soul" e poi quell'anno uscirono il primo disco dei Velvet Underground dei Doors dei Pink Floyd, After Bathing dei Jefferson, insomma non credo loro possano avere l'esclusività. Sgt Peppers è l'album che ha diffuso il rock nei salotti mentre prima stazionava nelle camere da letto dei ragazzi. Tutta questa bravura nei tre (Ringo neanche lo considero) è nella composizione delle canzoni e in effetti si nota una modifica nella forma in senso tradizionale da parte di McCartney e più originale da parte di Lennon. Ma i suoni dipendevano dall'industria che avevano investito su di loro e un genio della produzione qual'era George Martin. Siamo cresciuti con la loro musica però sarebbe ora smitizzare certe convinzioni giovanili.
 
vedi, il fatto è che togliere qualcuno dal Pantheon è relativamente semplice, basta fare il bastian contrario, cercare peli nelle uova e assumere a posa morettiana del "ci vado o mi si nota di più se non vado?". Il fatto difficile è diventare un mito, quello non ci riesce un pirla qualunque che alle orge sinapsiche dovrebbe preferire una più rustica e soddisfacente pugnetta.

Quando senti che qualsiasi artista moderno, dai Radiohead a Marilyn Manson, dagli Iron Maiden a Michael Bublè hanno come riferimento formativo anche i Beatles, i più citati subito prima di David Bowie egli stesso fortemente influenzato, fai fatica a ritenerli qualcosina in più che dei fenomeni commerciali in mano alla casa discografica. Ed è ovvio che lo siano stati, forse i più grandi, evidenza del fatto che il genio se proposto in maniera efficace è apprezzato dalle masse e non solo dai simposi degli "intenditori che ne sanno una più del diavolo".

Poi ci sono stati una marea di gruppi che hanno fatto qualcosa prima di simile o ispirante per loro, penso agli Zombies o ai Beach Boys in America (fuori non se li caga manco uno pagato per farlo) ma non si toglie mica grandezza nell'avere ricevuto una fiammella per poi creare un incendio anzi.

E in tutto questo non sono certo un amante spassionato dei ragazzi di Liverpool

Per cui ok, il personaggio che ti sei creato è fantastico ma non crederci troppo.
 
The Zombies sono stati veramente dei grandi, per certi versi (con il senno del poi) il trait d'union tra i Floyds barrettiani e i Beatles. Odyssey and Oracle è veramente un gran bell'album.
 
[font=Calibri,sans-serif][font=Times New Roman,serif]“Belfast” (2021) di Kenneth Branagh[/font][/font]
[font=Calibri,sans-serif][font=Times New Roman,serif]Come Sorrentino, anche Branagh si cimenta in un film autobiografico che guarda agli anni della sua infanzia a Belfast, Irlanda del Nord, durante gli scontri tra Cattolici e Protestanti. Il problema irlandese è tornato in voga ultimamente con la Brexit per motivi commerciali, mentre storicamente è stato di natura politico/religioso e il film rappresenta gli scontri in atto alla fine degli anni sessanta visti attraverso gli occhi di un bambino, appunto Branagh. Ne esce fuori un quadretto irlandese, per certi versi simile a quello messicano, anche in quel caso autobiografico, di cui fu artefice qualche anno fa Alfonso Cuaron con “Roma”, senza naturalmente raggiungere quelle vette. Ottima comunque la regia di Branagh, soprattutto il lavoro fatto con gli attori, con il bambino in particolare. Inutile aggiungere qualcosa su Judi Dench. Qualche perplessità invece sul b/n grigio topo che con il digitale è quasi sempre inevitabile. Musica naturalmente di Van Morrison.[/font][/font]
[font=Calibri,sans-serif][font=Times New Roman,serif]Belfast ***[/font][/font]
 
Ancora da Cannes 2021

“Scompartimento 6” (2021) di Juho Kuosmanen
Si è aggiudicato il premio speciale della giuria nella kermesse francese, è la storia di una giovane archeologa finlandese che si reca in treno nel nord della Russia per esaminare alcuni reperti. Il viaggio è lungo e nel suo scompartimento incontra un tipo con il quale inizialmente ha difficoltà a legare ma con cui successivamente il rapporto si scioglie rendendo il viaggio più piacevole per entrambi. Storia interessante, paesaggi e personaggi rari nei nostri film, situazioni nelle quali la qualità della vita non è solo precaria per il clima glaciale ma anche per la evidente ristrettezza economica post comunista. Quello a cui è mancato al film a mio parere è uno stile più personale da parte del regista. Si spera che il premio vinto gli permetta di dotare il suo cinema di una maggiore espressività anche grazie a un differente supporto tecnico.

Scompartimento 6 **

“The French Dispatch” (2021) di Wes Anderson
Da un film privo di stile a uno che ne ha persino troppo. Il cinema di Anderson presenta connotati assurdi sia nelle storie che nei personaggi, con un mutamento costante di umore e ambientazione, ma che alla fine rimane comunque fumettistico. Anche in questo film lo ritroviamo nella medesima veste, con tre episodi nei quali i protagonisti sono in ordine un pittore incarcerato, una protesta studentesca e un rapimento. A seconda delle situazioni si passa dal colore al b/n, purtroppo il solito grigio topo digitale, con la presenza di alcuni tra gli attori del momento, come se ci fosse una corsa per essere diretti dal regista. Impossibile non rimanere affascinati (o schifati) dal lavoro artigianale, dai dettagli e dall’imprevedibilità di scene e battute.

The French Dispatch ***
 
[font=Calibri,sans-serif][font=Times New Roman,serif]“One Second” (2020) di Zhang Yimou[/font][/font]
[font=Calibri,sans-serif][font=Times New Roman,serif]Dedicatosi al cinema per sfuggire al duro lavoro da operaio in Cina, Yimou diventa famoso in occidente all’inizio degli anni 90 con “Lanterne Rosse” interpretato dalla bellissima Gong Li. Con quel film e gli altri di quel periodo racconta la Cina di inizio secolo scorso, soprattutto le zone rurali, quelle più povere e abbandonate, comunque attento a sfuggire ai duri colpi della censura. “One Second” era programmato per Berlino 2020, poi improvvisamente è stato bloccato, si pensa per volere del governo cinese, ed è apparso solo quest’anno al festival di Toronto nel mese di settembre. Per certi versi ricorda “Nuovo Cinema Paradiso” di Tornatore, con l’attesa da parte degli abitanti dei distretti sorti nel vasto deserto cinese di assistere alle proiezioni del cinema, film e cinegiornali. Siamo a metà degli anni '60 e il protagonista è un carcerato che fugge di prigione in quanto è venuto a conoscenza che nella pellicola è ripresa la figlia che non vede da anni. A differenza dei film degli esordi Yimou strizza l’occhio al cinema occidentale, soprattutto nella recitazione e in alcune scene che appaiono un po’ scontate, ma sempre con il gusto e la tecnica che da sempre gli sono state riconosciute, come ad esempio nella varie riprese del deserto.[/font][/font]
[font=Calibri,sans-serif][font=Times New Roman,serif]One Second ***[/font][/font]
 
E’ partita la campagna degli Oscar e gli americani lanciano le proprie frecce per tentare di fare loro le statuette più ambite. Per quella di miglior film per ora i favoriti sembrano essere lontani dal puro cinema di Hollywood, “The Power of the Dog” e “Belfast”.

“CODA” (2021) di Sian Heder
Una famiglia dedita alla pesca è interamente sordomuta tranne la figlia più piccola che si prodiga per risolvere i problemi che evidentemente i parenti debbono affrontare per le loro limitazioni. La ragazza studia, aiuta i genitori nella loro attività e a ad un certo punto decide di dedicarsi al canto che scopre essere la sua vera passione. Bel soggetto, ma realizzazione povera. Non pare avere quelle tipiche caratteristiche per vincere la statuetta più ambita.

CODA **

“Don’t Look Up” (2021) di Adam McKay
Una studentessa di astronomia (Jennifer Lawrence) osservando alcune immagini dell’universo scopre una nuova cometa e il suo professore (Leonardo di Caprio) che la stessa è diretta contro la terra e a fatica riesce ad ottenere un colloquio con il Presidente degli Stati Uniti (una spassosissima Meryl Streep) la quale non intravvede tutto questo percolo per poi tornare sui suoi passi quando deve coprire degli scandali. Il film che è tutto nella interpretazione dei grandi attori (anche Cate Blanchett e l’onnipresente Timothée Chalamet), è una parodia del cinema catastrofista spaziale e di quello tipo Malick circa il significato della vita o cose simili. Ottima l’impaginazione con titoli di apertura e di coda che presentano delle sorprese. Film deludente e con attori sprecati.

Don’t Look Up **

“King Richard” (2021) di Reinaldo Marcus Green
Richard Williams è convinto che le figlie Venus e Serena diventeranno delle campionesse di tennis. E’ così determinato che costringe le due bambine ad ore ed ore di allenamenti monotoni e ad insistere affinché partecipino ai tornei dei più grandi, saltando il percorso giovanile, ridicolizzando manager e allenatori che credono di sapere come gestire le due sorelle. Storia vera naturalmente, di quelle una su mille ce la fa e Richard ce l’ha fatta. Venus è stata la prima giocatrice afroamericana a diventare numero uno della classifica mondiale, Serena se non è la più grande tennista di sempre poco ci manca. Un tennis dove la determinazione è la qualità fondamentale, il resto sono grugniti e palla colpita con violenza. Ottimo Will Smith in un sonnacchioso Richard Williams, ma il film che potrebbe anche vincere la statuetta più ambita, è poca cosa.

King Richard **
 
Alcuni spunti sulla carriera di Lars Von Trier, danese, fondatore con il collega Virteneberg del movimento “Dogma 95” e sulla necessità di creare un cinema lontano dagli stereotipi e dalle produzioni hollywoodiane. Nel 1996 esce “Breaking the Waves” (***) con il quale si fa conoscere presso il pubblico di Cannes. Prendendo spunto dal decalogo “Dogma 95”, nel film sono contenuti gli elementi caratteristici del suo cinema, ovvero cinepresa in spalla, montaggio ridotto all’osso, nessuna colonna sonora se non brani non originali incisi precedentemente, nessuna scenografia e qualsiasi altra cosa possa rimandare a Hollywood. Per le tematiche il film appartiene alla trilogia del “cuore d’oro”. La protagonista, una ragazza di un villaggio scozzese molto religiosa sposa un ateo e a lui dedicherà la sua esistenza, soprattutto all’indomani di un incidente che costringerà il marito a letto. Il terzo film della trilogia è “Dancer in the Dark” (***) uscito nel 2000, Palma d’oro a Cannes. La protagonista è interpretata dalla cantante Bjork, quasi cieca, che lavora continuamente per risparmiare i soldi dell’operazione agli occhi. I soli momenti di serenità sono vissuti durante le prove di un musical a cui la ragazza ripensa continuamente, anche in fabbrica immaginando che i suoni ripetitivi delle macchine fuoriescano da strumenti musicali e lei che balli insieme agli altri operai. La vicenda prenderà una piega tragica quando alla protagonista verranno rubati i soldi per l’operazione. Nel 2003 esce “Dogville” (****), già recensito nei mesi scorsi e nel quale il minimalismo del cinema di Von Trier ottiene la massima espressione da una storia interamente filmata su un palco. Minimalismo e ossessione li ritroviamo nel 2009 con “Antichrist” (***), girato nel momento di massima depressione del regista, di totale sfiducia nella vita, la quale nel film viene rappresenta nella fase più acuta. Una coppia perde il proprio figlio a seguito di una caduta dalla finestra. L’uomo supera il contraccolpo, non la donna la quale manifesta paure e fobie. Maggiore è l’impegno da parte del marito per cercare di fargliele superare e più la donna rivela comportamenti autodistruttivi e antireligiosi. Nel 2011 è la volta di “Melacholia” (***), nel quale la depressione ha ormai reso tutto ovattato, anche il rischio di una catastrofe naturale non sembra preoccupare chi ne soffre. Il film si allontana definitivamente da “Dogma 95” e sia a livello stilistico che tematico si nota un avvicinamento a Bergman e a un cinema di più ampio respiro. Salto “Nymphomaniac” (2013) film eccessivamente scabroso e tagliato, mentre “The House that Jack Built” (2018 ****) ultimo film di Von Trier è stato da me recensito nei mesi scorsi.
Alcune delle protagoniste dei film di Von Trier si sono lamentate del comportamento sul set del regista, alcune hanno dichiarato successivamente che mai più avrebbero lavorato con il regista. Ma è un dato di fatto che le loro performance siano le migliori o tra le migliori della loro carriera. Emily Watson è stata candidata all’Oscar, di Bjork non avremmo mai saputo del suo talento recitativo, Nicole Kidman è straordinaria in “Dogville”, così come Charlotte Gainsbourg in “Antichrist” e Kirsten Dunst in “Melancholia”. Passando agli uomini, c’eravamo dimenticati di Matt Dillon, straordinario nella parte del serial killer in “The House that Jack Built”.
 
Proveniente da Cannes
“Red Rocket” (2021) di Sean Baker
Un protagonista di filmetti porno torna nella propria città natale dove nessuno è davvero interessato a rivederlo. Riesce comunque ad essere ospitato dalla moglie che vive con la madre, entrambe non proprio in buone condizioni. Dopo aver cercato inutilmente un lavoro comincia a spacciare erba e successivamente intavola una relazione con una ragazzina pur continuando a vivere a casa della moglie e della suocera. Il tutto in un ambiente desolante, stato del Texas, industrie pesanti e modeste abitazioni, zero servizi, valori annullati. Film divertente ma anche amaro, realizzato con pochi mezzi ma con un risultato di qualità; qualche anno fa Sean Baker diresse “The Florida Project” il migliore dei film indipendenti del 2017, candidato a una infinità di premi.

“Red Rocket” ***

Da Venezia
“The Lost Daughter” (2021) di Maggie Gyllenhaal
Mi sono imbattuto in Elena Ferrante leggendo qualche anno fa un articolo di un giornalista investigativo il quale scoprì che dietro lo pseudonimo della scrittrice si celava con tutta probabilità la moglie dell’editore dove lavorava come traduttrice. Successivamente mi capitò tra le mani il primo libro de “L’Amica Geniale” e decisi di leggerlo incuriosito dall’incipit che riporto: “Stamattina mi ha telefonato Rino, ho creduto che volesse ancora soldi e mi sono preparata a negarglieli. Invece il motivo della telefonata era un altro: sua madre non si trovava più. «Da quando?». «Da due settimane». «E mi telefoni adesso?». Il tono gli dev’essere sembrato ostile, anche se non ero né arrabbiata né indignata, c’era solo un filo di sarcasmo. Ha provato a ribattere ma l’ha fatto confusamente, in imbarazzo, un po’ in dialetto, un po’ in italiano. Ha detto che s’era convinto che la madre fosse in giro per Napoli come al solito.” Un buon libro e soprattutto un grande successo in tutto il mondo. Lessi anche gli altri tre apprezzando soprattutto il terzo. Quindi, quando ho letto che il film “The Lost Daughter”, vincitore a Venezia del premio quale miglior sceneggiatura, era tratto da “La Figlia Oscura” della scrittrice, ho deciso di leggere il libro ancora prima di vedere il film e trovandolo in linea con la serie, pur essendo stato scritto alcuni anni prima. E’ sempre l’analisi psicologica dei personaggi al centro della vicenda, in questo caso una donna in vacanza al mare che si imbatte in una famiglia dove una ragazza è madre di una bambina. La donna non può fare a meno di ricordare e paragonare il suo modo di essere genitore alla stessa età della ragazza, soprattutto quando ripensa di aver preferito la sua libertà alla famiglia. Soggetto interessante impreziosita dalle interpretazioni delle attrici Olivia Colman e Jessie Buckley. Brava la regista, alla sua prima prova, nel tratteggiare il profilo psicologico della protagonista anche attraverso i continui flashback che ci riportano al periodo in cui decide di abbandonare temporaneamente le figlie Qualche riserva sulle riprese in esterno, dove la regista denota la sua inesperienza da un punto di vista tecnico.

“The Lost Daughter” ***
 
Ho appena visto "Il potere del cane" su Netflix. Piacevole da vedere con finale a sorpresa.
***
 
“Un Eroe” (2021) di Asghar Farhadi
Un uomo è in prigione per non aver onorato un debito. Durante un permesso viene coinvolto nel ritrovamento di una borsa contenente delle monete d’oro. Potrebbe utilizzarle per pagare il debito e uscire di prigione, invece proprio quando si trova da un orafo per venderle decide di restituire la borsa. Si renderà conto successivamente quanto sia difficile essere un benefattore. Farhadi, il più famoso tra i registi iraniani - già vincitore tra l’altro di due Oscar, con “Una Separazione” (2011) **** e “The Salesman” (2016) ***, ambienta le sue storie nel sociale del suo paese, una sorta di Ken Loach medio-orientale, cercando sempre di non rompere i delicati equilibri esistenti tra il suo cinema e la teocrazia. Le sue sceneggiature hanno un andamento iniziale lento per poi dipanare il cuore della vicenda con il passare dei minuti, con dialoghi efficaci e una regia precisa anche grazie a un montaggio chirurgico (vedasi “Una Separazione”).

Un Eroe ***
 
Nelle note di “Antichrist” di Lars Von Trier è presente una dedica per Andrej Tarkovskij, regista russo pre caduta del muro, che personalmente conoscevo solo per i brevi spezzoni visti su Youtube e di cui in questi ultimi giorni ho guardato per intero i suoi 7 lungometraggi. A parte il primo, “L’infanzia di Ivan” (1962) – nel quale si nota comunque immediatamente la sua notevole tecnica accoppiata alla nitidezza di immagine grazie all’uso di obiettivi di alto livello, ma che rimane un classico film di guerra, a partire dai successivi sono presenti le tipiche tematiche sviluppate dal grande regista russo: il ricordo, l’oblio, l’inconscio, il simbolismo, l’inutilità dell’esistenza etc. Nel secondo film “Andrej Rublev” (1966), diviso in parti, un pittore monaco vissuto nel XV secolo si chiede il motivo per cui dovrebbe dedicare le sue opere a un Dio che permette e accetta le peggiori nefandezze da parte degli uomini. Dopo aver analizzato il passato Tarkovskji si cimenta con il futuro, attraverso la fantascienza di “Solaris” (1972) nel quale uno psicologo viene inviato in una base che orbita attorno al pianeta appunto chiamato “Solaris” per scoprire il motivo che porta gli astronauti ad essere terrorizzati e incapaci di proseguire nei compiti assegnategli. Stilisticamente il film non mi convince per larghi tratti in quanto la tipica regia di Tarkovskij, poco montaggio e più movimento della cinepresa, non si adatta ai luoghi chiusi della base che caratterizza la maggior parte del film. Nel seguente, il criptico “Lo specchio” (1975) il protagonista, di cui si sente solo la voce, ricorda la sua vita da bambino e la contrappone a quella vissuta successivamente da adulto, con moglie e figlio. Qui Tarkovskij usa il colore per le immagini più recenti e un b/n derivante dallo stesso negativo del colore, per quelle passate. Da un punto di vista stilistico “Lo specchio” è il film perfetto del regista russo, con alcune tra le sue sequenze più riuscite. “Stalker” (1979) girato in piena guerra fredda, è caratterizzato da un clima glaciale e surreale, tipo post guerra atomica, con un ritmo esageratamente lento che accentua l’inesorabile disperazione dell’intera vicenda. Lo stalker è la guida, in questo caso di un professore e di uno scienziato verso l’interno di una zona vietata dove si trova una stanza nella quale si possono esaudire i desideri. Scavalcati gli anni ‘70 Tarkovskij scappa dall’Unione Sovietica visti i cattivi rapporti con il potere comunista e si sposta in Italia. La Rai produce il seguente “Nostalghia” (1983) con Domiziana Giordano protagonista. Il film è costruito sulle memorie di un poeta russo che vive in Italia e che ripensa alla sua giovinezza nel paese natale, periodo che viene rappresentato attraverso un bianco e nero che lascia di stucco. L’ultimo capitolo della sua carriera, poco prima della morte è “Il sacrificio” (1986) girato in Svezia in onore di Bergman e di cui Tarkovskij in questo film si lascia tranquillamente influenzare. E’ un’amara considerazione sulla piega presa dalla società moderna e sull’inutile utilizzo delle scoperte tecnologiche e in generale una critica nei confronti del progresso.
Pur essendo un cinema datato, i temi trattati da Tarkovskij sono tutt’ora attuali e la realizzazione, l’originalità nelle scelte cromatiche, anche grazie all’opera di restaurazione, è di altissimo livello. Tutto questo pone il regista russo accanto ai grandi cineasti di ogni epoca.
 
The Last Duel (2021) di Ridley Scott
Storia ambientata nella Francia medioevale del 1300 circa dove le donne anche se stuprate difficilmente denunciavano gli abusi e, se lo facevano, dovevano avere il benestare dell'eventuale compagno. Pare si rifaccia ad una storia vera.
Cast di assoluto rispetto con Matt Damon, la bellissima Jodie Marie Comer, Ben Affleck, Adam Driver. Se piace il genere sono 2 ore e più di spettacolo.
***
 
"The Tragedy of Macbeth" (2021) di Joel Coen

La storia è quella conosciuta: Macbeth prende il trono di Scozia con la forza, lo gestisce con tirannia e lo perde con eguale moneta. Lungi dal voler giudicare da un punto di vista letterario l'ennesima versione della tragedia di Shakespeare (Welles, Polanski, Kurzel le precedenti nel cinema), devo notare l'ottima regia di Joel Coen, per una volta senza il fratello, di una fotografia in bianco e nero che per una volta non mi fa vergognare per via del digitale, ma rimangono delle perplessità sull'interpretazione. Denzel Washington è un Macbeth meritevole con il suo incedere poco british, comprendendo l'accento, oppure questa è solo una versione da far digerire solo al mercato a stelle e strisce? In generale leggo recensioni ottime sui giornali, metà e metà da parte del pubblico. Ma Shakespeare non è affatto facile.

The Tragedy of Macbeth ***
 
"House of Gucci" (2021) di Ridley Scott

Saga familiare dei Gucci, fondatori dell'omonima casa di moda, a partire dall'incontro tra Maurizio Gucci, rampollo di famiglia, e Patrizia Reggiani, figlia di un piccolo imprenditore che vede in Maurizio la sistemazione per sempre. Ma Maurizio non sembra interessato a prendere le redini dell'azienda, a gestire il marchio e più in generale ad accumulare ricchezza. Sarà Patrizia a convincerlo a occuparsene. Film biografico che si trasforma in un fatto di cronaca attraverso un percorso che evidenzia la superficialità del mondo della moda. Seguendo questo profilo è difficile trovare un significato diverso a un film che si avvale comunque di grandi attori (Al Pacino, Jeremy Irons) ma che alla fine non aggiunge nulla di nuovo alla vicenda. Calcando la mano, Maurizio e Patrizia si incontrano per la prima volta in un locale di Milano e iniziano a parlare in inglese....sarà così per tutto il film. Due italiani che parlano tra loro in inglese (tra l'altro con l'accento italiano...), a parte qualche isolata parola o espressione, come "grazie" "buongiorno" "principessa" etc. La musica, per non sbagliare è spesso tratta dalle nostre opere liriche, ma c'è anche qualche brano italiano degli anni sessanta, anche se la vicenda si svolge dagli anni settanta in su. Piccoli dettagli che fanno capire con quale cura sia stato fatto, a parte le ville e gli alberghi più lussuosi, abiti firmati Gucci (credo). Però c'è Lady Gaga.

House of Gucci **
 
“La Notte” (1961) di Michelangelo Antonioni

Un ricordo di Monica Vitti con il film di mezzo della trilogia dell’incomunicabilità di Antonioni. E’ la storia di una coppia (Marcello Mastroianni e Jeanne Moreau) il cui matrimonio sembra aver esaurito i buoni propositi senza che il loro stato d’animo permetta di sostituire il partner con una nuova relazione. L’ambientazione è una Milano in pieno boom economico, con grattacieli e strade vuote a testimoniare un’alienazione da produttività. Monica Vitti è la femme fatale del film, forse l’amante di Mastroianni, ma pure lei (bruna per l’occasione per non alterare il clima pesante) imprigionata dall’impossibilità di comunicare con il prossimo. Mi chiedo come avrebbe raccontato Antonioni i nostri giorni tra telefonini, social e Bruvura.

La Notte ***
 

Crea un account o accedi per commentare

Devi essere registrato per lasciare un commento

Registrati

Crea il tuo account su CRB. E' facile!

Accedi

Hai già un account? Accedi da qua.

CRBini Online

Non ci sono Iscritti online al momento.

Ultimi Messaggi

Ultimi Messaggi sui Profili

Umbo85 panenka Umbo85 ha scritto sul profilo di panenka.
Ciao Prof...
Un caro saluto ai fratelli crbini old and news
buonasera, io arrivo da telegram :-)
Si riparte con il mercato! Altro giro, altra corsa... 😅
Leggete il Thread "Nuova Piattaforma" per vedere tutte le funzionalità aggiunte in questi giorni

Statistiche del Sito

Discussioni
799
Messaggi
32,372
Membri
243
Ultimo iscritto
Cinqueterrista

Trova Membri

Partite Cagliari

Risultati Serie A

Classifica Serie A

Indietro
Alto