Addio uomo serpente...

Tuco

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Da oggi l'uomo serpente non è più tra noi, sei stato uno dei miei idoli giovanili, alto e snello, quasi la controfigura del tuo grandissimo compagno di nazionale, e sapevi giocare a calcio come pochi... che la terra ti sia lieve Rob, che tu possa essere in un mondo migliore... dove il Dio del  pallone non mette un palo a proteggere beceri dittatori. 
Rob Rensenbrink 1947 - 2020.
 
Nel giro di una settimana se ne sono andati due figurine della mia infanzia. Anastasi e appunto Rob Rensenbrink, due grandi attaccanti. Anastasi, proveniente dall'allora lontanissimo sud, giovanissimo si impone nella Juventus dopo però aver vinto l'Europeo con un suo bellissimo gol in finale. Compagno ideale di Riva, attaccante moderno che vedeva la porta ma anche il gioco, dovette rinunciare ai Mondiali in Messico vittima di Montezuma. Non venne invece risparmiato dal disastro di Stoccarda '74.
Rensenbrink ha giocato due finali mondiali. Mentre nell'edizione del '74 era totalmente al servizio di Cruyff e Neskens e si limitava a duettare sulla fascia con Krol, ben altra consistenza ha avuto il suo rendimento 4 anni dopo in Argentina dove realizzò 5 gol e soprattutto andò vicino a consegnare la coppa agli orange quando colpì il palo a pochi istanti dal fischio di chiusura che avrebbe tra l'altro accelerato la fine della dittatura di Videla. Con l'Anderlecht lo ricordo vincitore di due Coppa delle Coppe con lui sempre protagonista. Quando era in giornata non era possibile arginarlo grazie alla sua intelligenza tattica e una tecnica sopraffina, con dei colpi che successivamente abbiamo visto in Marco Van Basten.
A tutti e due Grazie.
 
Anastasi rinuncio' ai mondiali del 70 perché vittima di un incidente in ritiro, un massaggiatore involontariamente , pare durante una partita di biliardo , lo colpì al basso ventre e Turuzzo dovette essere operato d'urgenza.... Le vie del calcio sono strane, chissà.. forse con Anastasi avremmo vinto... ma Boninba fece un mondiale mostruoso.
 
Vorrei ricordare anch'io questi due grandi giocatori che sono mancati in questi ultimi giorni.
Rensebrink era uno dei pochi intrusi nel blocco dell'Ajax che costituiva la nazionale orange degli anni 70 (insieme a Van Hanegem e Rijsbergen del Feyenord) e che si rivelò ai mondiali del 1974 e questo basta già a dimostrarne la sua qualità.
In un meccanismo quasi perfetto come quello dell'Ajax si inseriva alla perfezione, di lui mi piaceva l'eleganza nelle movenze e per la sua struttura fisica è stato un "anticipatore" del Van Basten che sarebbe arrivato negli anni 80 (come ha fatto notare giustamente Panenka).
Quanto ad Anastasi, il mio ricordo è indissolubilmente legato alle sfide tra Juve e Cagliari degli anni tra il 1968 e il 1972.
Anastasi mi diede parecchi dispiaceri (5 reti contro il Cagliari), come il rigore del momentaneo 2-1 nella sfida decisiva per le sorti del campionato 69/70, poi pareggiato da Riva con un altro rigore per il 2-2 finale che ci consegnò il nostro storico scudetto.
Con Riva poi ha fatto coppia in tante partite della Nazionale di quegli anni.
Vorrei poi ricordare che Anastasi è stato un involontario protagonista nella costruzione della nostra squadra campione d'Italia.
Anastasi era "esploso" nel Varese nel campionato 67/68 e alla fine di quella stagione era stato praticamente già acquistato dall'Inter, tanto che aveva già dispustato un'amichevole con la maglia dell'Inter.
Era il periodo in cui l'Inter stava cambiando proprietà da Moratti a Fraizzoli e la Juve si inserì nella trattativa non ancora conclusa  con l'intervento di Gianni Agnelli che si accordò direttamente con Borghi, industriale proprietario dell'Ignis (fabbrica di elettrodomestici) e del Varese, così riuscì a soffiare Anastasi all'Inter.
Al termine della stagione successiva 1968/69, l'Inter alla disperata ricerca di un attaccante di qualità, accettò lo scambio proposto da quel volpone di Arrica che in cambio di Boninsegna ottenne Domenghini, Gori e Poli oltre ad un robusto conguaglio in denaro, riuscendo così a completare la squadra che sarebbe diventata campione d'Italia nel 1969/70.
Oggi, però, è la giornata della memoria e in questo giorno in cui si ricorda la Shoah, vorrei ricordare due grandi allenatori ungheresi che sono stati protagonisti della storia del calcio italiano.
Il primo è Arpad Weisz, allenatore dell'Inter e del Bologna (tra le altre) con cui vinse tre scudetti negli anni trenta e che fu costretto a lasciare l'Italia a causa delle leggi razziali emanate nel 1938, dopo varie peripezie fu ucciso con tutta la sua famiglia (moglie e due figli) nel campo di sterminio di Auschwitz.
L'altro è Erno Egri Erbstein, noto soprattutto perchè era stato il direttore tecnico e l'artefice della costruzione del grande Torino, in Italia era stato allenatore di diverse squadre tra cui anche il nostro Cagliari che condusse alla prima promozione in serie B nel campionato 1930/31 e che allenò anche nella stagione successiva ottenendo la salvezza.
Erbstein arrivò al Torino nel 1938/39, ma anche lui a causa delle leggi razziali dovette lasciare l'Italia, riuscì a salvarsi dai nazisti e dai loro accoliti in giro per l'Europa (tra Francia Germania e Ungheria) fino a fare ritorno in Italia e ad allenare nuovamente il Torino, con cui era stato in qualche modo sempre in contatto, fino alla tragica sciagura di Superga.
Per chi volesse saperne di più al riguardo consiglio il libro di Matteo Marani "Dallo scudetto ad Auschwitz" sulla storia di Arpad Weisz e le trasmissioni di Sky, una di Federico Buffa che racconta anche lui la vicenda di Weisz e sempre su Sky un'intervista ancora di Buffa alla figlia di Erbstein che racconta la storia della sua famiglia.
 
Dopo il Cagliari e l'Italia di Gigi,  la nazionale che resta e resterà nel mio cuore è la grande Olanda... Krol, Haan, Neeskens , Crujiff, Rep e Rensenbrink... L'arancia meccanica , che sulla base dell'Aiax ha cambiato il calcio; adesso  che il tempo inizia a regolare le sue spietate leggi, ripenso a quando avevo 11, 12 anni e giocando a scuola sognavo di essere Crujiff o Rensenbrink.. in fondo siamo stati fortunati ad avere giocatori così da amare... In bianco e nero, in televisori che parevano credenze da cucina o sulle pagine illustrate di preziose riviste, ricordi che restano vividi. Ha ragione Panenka a ringraziare, hanno contribuito a rendere felice l'infanzia di una generazione che si innamorava del calcio.
 

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