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Roma
(20-11-2020, 18:28)Tuco Ha scritto:
(20-11-2020, 07:22)panenka Ha scritto: "Arrivederci ragazzi" (1987) di Lous Malle.
Un collegio gestito da religiosi durante l'occupazione tedesca in Francia, vede un gruppo di ragazzini crescere in fretta mentre affrontano i problemi dell'adolescenza, privati dagli affetti familiari, come succede sempre quando si vive all'interno di un collegio. La durezza delle regole dell'istituto e il rischio che lo stesso venga chiuso da un momento all'altro dai tedeschi rende la loro vita all'insegna delle privazioni da un lato e dell'incertezza dall'altro, ma anche dell'avventura, quando a tredici anni qualsiasi imprevisto porta eccitazione e novità. Visto oggi, in piena pandemia ci fa capire quanto fosse scevra di veri problemi la nostra vita sino a gennaio mentre i nostri antenati, loro si, avevano vissuto più per sopravvivere che per vivere, se ripensiamo ad esempio al periodo delle guerre mondiali. Il film vincerà il Leone d'oro a Venezia, ottima la regia di Malle, non una novità, soprattutto la sua capacità di ottenere il massimo da un manipolo di ragazzi, probabilmente alla loro prima prova cinematografica. Molto bella la prima parte, quando c'è uno studio accurato dei personaggi, ho però trovato un po' trascinata la seconda, con l'arrivo dei tedeschi nell'istituto e soluzioni un po' scontate. Rimane un ottimo film a tanti anni di distanza dalla sua uscita.

Arrivederci ragazzi ***

Sai chi aveva sposato Louis Malle....solo per quello, gloria imperitura.

Sono andato a vedere. Candice Bergen. Wow.

"American Utopia" (2020) di Spike Lee.
E' un film documentario su un concerto di David Byrne, nella forma non molto dissimile dal famoso "Stop Making Sense" di Jonathan Demme, che lo stesso Byrne realizzò con i suoi Talking Heads nel 1984. Concerto in teatro, con una forte componente scenica e interpretativa dove, a mio parere, l'aspetto cinematografico viene superato dalla qualità della musica che l'artista scozzese riesce a realizzare anche grazie a musicisti di alto livello. Il repertorio è piuttosto vario comprendendo sia vecchi successi della band newyorkese (ad esempio "Once in a lifetime", brano che 40 anni fa era assolutamente innovativo con i suoi ritmi tribali e ipnotici, ma che a distanza di tempo ha mantenuto tutta la sua freschezza), come pure i più recenti brani della sua attività da solista.

American Utopia ***
"La sottile linea rossa" (1998) di Terrence Malick
Pellicola che si rifà alla sanguinosa guerra per la conquista di una collina occupata dai giapponesi a Gualdacanal.
Un film di guerra ma che, al contrario di molti altri dello stesso genere, entra nella psiche dei soldati, delle loro debolezze e frustrazioni.
Non mancano le scene cruente, da sembrare reali dato il perfezionismo quasi maniacale di Malick. Cast di primo piano nonostante alcuni attori compaiono poco o non del tutto a causa del taglio dovuto a motivi commerciali. In origine di circa 6 ore portate poi a circa 2 ore e mezza.
Bel film che consiglio, a differenza di quelli proposti da Panenka, dove il 50% di quelli recensiti sono lacrimosi e patetici. Smile Smile
Ciao, buona visione.
(23-11-2020, 16:17)Renzo Ha scritto: "La sottile linea rossa" (1998) di Terrence Malick
Pellicola che si rifà alla sanguinosa guerra per la conquista di una collina occupata dai giapponesi a Gualdacanal.
Un film di guerra ma che, al contrario di molti altri dello stesso genere, entra nella psiche dei soldati, delle loro debolezze e frustrazioni.
Non mancano le scene cruente, da sembrare reali dato il perfezionismo quasi maniacale di Malick. Cast di primo piano nonostante alcuni attori compaiono poco o non del tutto a causa del taglio dovuto a motivi commerciali. In origine di circa 6 ore portate poi a circa 2 ore e mezza.
Bel film che consiglio, a differenza di quelli proposti da Panenka, dove il 50% di quelli recensiti sono lacrimosi e patetici. Smile Smile
Ciao, buona visione.
Uscì lo stesso anno di "salvate il soldato Ryan", mi sembra, ne fu messo in ombra per il clamore mediatico che accompagno' il comunque capolavoro di Spielberg; resta un signor film, Malick e' eccellente nell'uso dello spazio e del tempo, a volte ne sbaglia i tempi, diluendo troppo l'essenza: "La sottile Linea rossa" sono tre stelle a stare stringati.
Un corpo celeste di piccole dimensioni centra la base di un faro sperduto nella costa occidentale USA. Vettore di qualcosa che dopo un pò inizia a espandersi. Dopo 3 anni ha generato un campo sospeso che appare come un'immensa bolla di sapone che cromaticamente aleggia insidiosa sopra la boscaglia che precede la costa marina. L'area viene circondata militarmente e studiata da vicino inviando all'interno delle pattuglie che poi non tornano o, se qualcuno torna, è fuori di testa. E' il turno di 5 donne che armate di M16 si addentrano nel bosco per raggiungere il faro. Ciascuna di loro è titolata (biologa/psichiatra/fisica etc.) e ha un passato abbastanza sinistrato per affrontare il rischio di venire risucchiata senza ritorno dal blobbone.
Il film è tratto dal primo libro di una trilogia (che non ho letto) ed è girato con dose e perizia da un regista molto interessante, Alex Garland, già noto per Ex-Machina e attualmente sugli scudi per la miniserie para-quantistica Devs (notare il nome della base militare abbandonata che rimanda proprio a Devs).
E' un visionario freddo, con una certa inclinazione al bizzarro-orrorifico. Narrativamente mette in scena un incedere potente che mixa piuttosto bene Tarkovskij (Stalker) con Cronemberg (Brood, Existenz), usando con criterio anche l'espediente cardine di Cannibal Holocaust di Deodato (ben 2 volte) per spiegare e rilanciare la ricerca di un qualche senso nel pieno dell'incomprensibile. Debitore anche verso i "I guerrieri della palude silenziosa", sposta gradualmente l'epilogo su coordinate ancora più ambiziose, oscillando nel finale tra palesi riferimenti a Lovecraft e sospensioni Kubrickiane (Odissea 2001) che riesce a declinare alla sua maniera. Ma l'implicazione più importante, a parer mio, è il chiaro richiamo a "L'invasione degli ultracorpi", che riattualizza l'ansia tutta amerikana di essere periodicamente invasi da culture aliene (oggi, i cinesi).
Un concentrato di rimandi plasmato bene, con gradazioni di lettura differenti, dal mainstream all'analisi bio-esistenziale, passando per tanto altro. Un film che parla alla pancia affinchè testa comprenda.

Annientamento (Annihilation) di Alex Garland (2018) ****
"The Thin Red Line" (1998) di Terrence Malick.
E' tratto dal romanzo di James Jones, ma guardandolo, soprattutto quando il film alterna l'attesa dell'attacco militare con momenti di vita vissuti fuori dal quel contesto, mi è venuto in mente "The Naked and the Dead" di Norman Mailer. I ragazzi americani di vent'anni sanno perché vanno in guerra?  Perlomeno immaginano che il vero motivo è conservare il loro benessere, perlopiù materiale? Che poi è lo stesso motivo che ha portato i loro padri a creare gli Stati Uniti d'America e l'unica ragione che permette a 50 stati di rimanere incollati è quella economica e in ragione di essa è permesso tutto anche andare a morire in un lontano paese a volte solo per una questione geopolitica. Malick scava nell'animo umano che si appresta a uccidere dei consimili nella stessa maniera in cui indagherebbe sul comportamento del mondo animale che caccia altri animali per la sopravvivenza. Il taglio documentaristico è contemporaneamente la forza e la debolezza del film e di tutto il cinema di Malick. La seconda parte è davvero bella, soprattutto la sequenza della conquista della collina in cui ogni dettaglio - interpretazione, regia, montaggio, musica, fotografia - è incastonato perfettamente l'uno con l'altro. Per il resto il film non sempre funziona così perfettamente, ma dipende anche dai propri gusti.

The Thin Red Line ***
"Rocky" (1976) di John Guilbert Avildsen.
Alla disperata ricerca di ultime uscite che non ci sono, perchè purtroppo non vengono messi in rete molti dei film di Cannes, Venezia, Toronto e anche Torino appena terminato, etc. - considerato che i cinema sono tutti chiusi - ho rivisto il primo della saga con Sylvester Stallone, l'unico che valga la pena di vedere. Ambientato a Filadelfia, Rocky è un pugile di terza fascia e così si arrabatta a cercare altri lavoretti neppure troppo legali, quando l'entourage del campione del mondo lo seleziona per una difesa facile del titolo. L'incontro, nel quale Rocky tirerà fuori tutta la rabbia accumulata durante un'esistenza opaca, è l'ultima delle cose importanti del film, mentre nel proseguo della saga diventerà l'unica attrazione rendendo Stallone un attore ridicolo. Si fosse fermato con questo e il primo "Rambo" se ne parlerebbe in toni diversi. Dello stesso anno è "Taxi Driver" di Martin Scorsese, altro livello e con un De Niro che reinventa la recitazione maschile, però il disegno di entrambi film non è molto diverso: l'emarginazione che i grandi agglomerati urbani causano se non si ha la fortuna, ma anche la capacità naturalmente, di circondarsi di esempi positivi. Anche la scena finale di entrambi si somiglia: in "Rocky" l'incontro di pugilato, in "Taxi Driver" la sparatoria. Il risultato per entrambi è lo stesso, ovvero il riscatto sociale.

Rocky ***

 
Citazione: 

Citazione: 
Non hai menzionato la prova di Talia Shire, che e' da Oscar, la scena del bacio in casa di Rocky e' grande cinema, ed e' Talia, che fa sembrare un attore persino Sly.
"Botox" (2020) di Kaveh Mazaheri.
My Movies riceve le mie proteste e nella giornata di ieri ha messo a disposizione nella sua piattaforma al prezzo di € 3,50 i film presentati al TFF - Torino Film Festival. Ho scelto il film iraniano vincitore del primo premio. E' la storia di due sorelle e di un fratello che vivono nella medesima casa in via di ristrutturazione. La sorella maggiore ha un ritardo mentale che la porta a comportamenti strambi ma allo stesso tempo naturali considerata la sua condizione; quella minore lavora in un centro estetico dove si pratica il botox, in contrasto con la visione noi abbiamo della società iraniana; il fratello invece è affascinato dalla cultura tedesca nella cui terra spera di andare a lavorare. Quest'ultimo una mattina intento a sistemare il tetto della casa chiama stupida la sorella ritardata, che nel frattempo gli aveva portato una bevanda calda e questa offesa lo butta giù uccidendolo. Da quel momento le due sorelle saranno impegnate a nascondere l'omicidio con sempre maggiore difficoltà soprattutto per il comportamento imprevedibile della sorella maggiore.
Nell'anno di "Parasite" un altra dark comedy tutt'altro che banale, ottimamente girata con inquadrature perlopiù fisse, magari con un ritmo eccessivamente lento che non permette al film in alcuni frangenti di decollare. Molto bella la scena della sorella ritardata che immagina di incrociare il fratello a Berlino.

Botox ***
"Mank" (2020) di David Fincher (Seven).
Ripercorre la genesi di "Quarto potere" di Orson Welles, rivisitando il periodo che va dalla seconda metà degli anni trenta al 1940, l'anno appunto di uscita del capolavoro sceneggiato proprio da Herman Mankiewicz, a cui il film tende ad attribuire i maggiori meriti del film diretto da Welles (naturalmente non sono d'accordo) e che portò a una diatriba tra i due per i diritti della pellicola. In alcuni frangenti il film presenta la medesima struttura scenica di Quarto potere, bianco e nero con grande contrasto, flashback continui, musica opprimente e le voci con eco. A parte il bianconero digitale/patinato, che funziona poco se si vogliono ricreare le atmosfere dell'epoca, il film è convincente. Ottimamente diretto, con sonoro e montaggio perfetti, sono da menzionare le interpretazioni, con un discorso a parte per Gary Oldman, la cui recitazione merita da sola la visione del film e che lo porterà direttamente alla notte degli Oscar con grandi possibilità di ripetere la vittoria di appena due anni fa.

Mank ****
"Ammonite" (2020) di Francis Lee.
Doveva essere uno dei film di punta di Cannes, se si fosse svolta. Racconta la storia di una ricercatrice di fossili (Kate Winslet) che poi lei stessa rivende a ricchi turisti nel suo negozio del sud dell'Inghilterra. Un giorno un turista, incuriosito più del dovuto, le chiede se può aiutare la moglie (Saoirse Ronan) depressa dopo un incidente, dandole un impiego nel negozio. Malgrado appartengano a due mondi completamente diversi, una nata e cresciuta in un isolato villaggio, l'altra nella ricca Londra, tra le due nasce una imprevista passione. Non male la regia, con continui primi piani delle protagoniste, a volte riprese solamente di spalle e delle pietre trovate nella spiaggia. Inutile ripetere della bravura della Winslet che tiene su un film che difetta nella sceneggiatura, con una storia che sembra non dover mai decollare. Solamente alla fine quando la protagonista viene invitata a Londra dall'amante e capisce quanto poco è disposta a rinunciare alla sua vita così tanto distante dalla mondanità e dal lusso che le viene prospettata, che il film in qualche modo si riscatta. Per il resto è tutto nello sguardo impressionante della Winslet, ben rappresentato nella scena finale. Una stella in più grazie all'attrice.

Ammonite ***
(06-12-2020, 19:29)panenka Ha scritto: "Mank" (2020) di David Fincher (Seven).
Ripercorre la genesi di "Quarto potere" di Orson Welles, rivisitando il periodo che va dalla seconda metà degli anni trenta al 1940, l'anno appunto di uscita del capolavoro sceneggiato proprio da Herman Mankiewicz, a cui il film tende ad attribuire i maggiori meriti del film diretto da Welles (naturalmente non sono d'accordo) e che portò a una diatriba tra i due per i diritti della pellicola. In alcuni frangenti il film presenta la medesima struttura scenica di Quarto potere, bianco e nero con grande contrasto, flashback continui, musica opprimente e le voci con eco. A parte il bianconero digitale/patinato, che funziona poco se si vogliono ricreare le atmosfere dell'epoca, il film è convincente. Ottimamente diretto, con sonoro e montaggio perfetti, sono da menzionare le interpretazioni, con un discorso a parte per Gary Oldman, la cui recitazione merita da sola la visione del film e che lo porterà direttamente alla notte degli Oscar con grandi possibilità di ripetere la vittoria di appena due anni fa.

Mank ****

Io come regista lo adoro.

Mi hai appena ricordato che hanno cancellato Mindhunter, dopo 2 stagioni... E sono incavolato nero, perchè era une bellissima serie diretta da lui. Non so se hai avuto modo di vederla o se sei amante delle Serie in generale.
Forza Cagliari Sempre e Comunque - Si Riparte con CRB!!!  www.giginieddu.it - www.mystescrew.it
Mindhunter miglior serie da anni a questa parte, bellissima ma troppo intelligente per il grande pubblico.

Non ho ( ovviamente) visto il film citato dal Panenka ma Kate Winslet è una delle mie attrici preferite e una delle donne che mi piace di più
Su Raiplay è presente una sezione dedicata a Francois Truffaut con un'ampia scelta dei suoi migliori film (in verità mancano almeno "Effetto Notte" (1973) ***** e "Adele H" (1975) ****, quest'ultimo da me recensito questa estate) a partire dai suoi esordi nei quali vengono subito presentati i temi a lui più cari, come ad esempio la difficoltà di essere dei buoni genitori ("I 400 colpi" (1959) **** con un Jean Pierre Leaud bambino), oppure la facilità con cui i protagonisti si mettono nei guai ("Tirate sul pianista" (1960) ****) e ancora una tesi complessa sull'amicizia che si trasforma in amore ("Jules e Jim" (1962) *****, uno dei suoi capolavori). In Truffaut in effetti vengono presentate tutte le fasi dell'innamoramento, dall'incontro, alla conoscenza, sino all'amore, ma anche i litigi, che infine portano alla separazione, che non è mai definitiva. Infatti a differenza di Bergman dove i problemi di coppia si sviluppano in eterne discussioni o di Allen nel quale si finisce regolarmente dallo psicologo per dirimere la questione, in Truffaut l'amore sistema le cose da solo e la lontananza è quasi sempre temporanea. Ci sono però delle eccezioni, ad esempio in "La Calda amante" (1964) *** , nel già citato "Adele H" o nel suo penultimo film "La signora della porta accanto" (1981) ***, dove le protagoniste, soprattutto una disperata Fanny Ardant proprio in quest'ultimo, non accettano l'evolversi degli eventi e li forzano attraverso soluzioni tragiche. Gli anni settanta ci presentano un Truffaut stilisticamente impoverito, come molto del cinema europeo dell'epoca, anche per via di una fotografia passata dall'espressività del b/n a un colore slavato, ma malgrado ciò le storie raccontate non hanno perso niente del loro fascino, a partire da "Le due inglesi" (1971) *** con il soggetto di "Jules e Jim" rovesciato. Lì erano due amici che si innamoravano della stessa donna, qui due sorelle dello stesso uomo, sempre con uno sfasamento temporale per non rovinare i rapporti. La sublimazione del racconto si ha con "L'amore fugge" (1979) ***, nel quale gran parte del film è costruito attraverso pezzi di film precedenti e il fedele Leaud, ormai divenuto uomo, a risolvere le sue infinite questioni sentimentali. Gli anni ottanta si presentano immediatamente con uno dei suoi film più amati, "L'ultimo metrò" (1980) ****, con una coppia di eccezione del cinema francese, Catherine Deneuve e Gerard Depardieu e una storia ambientata a Parigi durante l'occupazione tedesca e come in "Effetto Notte" il tema è la recitazione all'interno dello stesso film, in questo caso recita teatrale. Dopo il già citato "La donna della porta accanto" il suo ultimo film prima della morte improvvisa, " Finalmente Domenica!" (1983) ***, è un noir con tinte da commedia, ancora la Ardant con un altro grande del cinema d'oltralpe, Jean Lous Trintignant, film che pare essere un ringraziamento a uno dei suoi idoli giovanili, Alfred Hitchcock, e quelle parole finali pronunciate dall'assassino, che tutto quello che ha fatto è stato fatto per le donne, appare come una sorta di epitaffio dello stesso regista. Nessuno come lui ha saputo raccontare l'universo femminile, anche in anni in cui la rivoluzione culturale ha fatto perdere la bussola agli uomini. Lunga vita al cinema di Truffaut.
Nei giorni scorsi mi sono rivisto  The Aviator di Martin Scorsese. Un cast di tutto rispetto con DiCaprio, Cate Blanchet, Alec Baldwin, Ava Gardner. La storia di Howard Hughes, bagnata, sognatore a anche un po'  matto. Una biografia che rispecchia abbastanza l'essere umano che cerca di arrivare a inventare cose che per alcuni sono irraggiungibili. Progetta lui stesso aerei che mai hanno solcato i cieli, si indebita paurosamente, si autofinanzia con produzioni di film e acquista pure la compagnia TWA. Vale la pena di vederlo -quasi 3 ore-. Lo reputo uno dei migliori film di Scorsese.
※※※※
(19-12-2020, 16:09)panenka Ha scritto: Su Raiplay è presente una sezione dedicata a Francois Truffaut con un'ampia scelta dei suoi migliori film (in verità mancano almeno "Effetto Notte" (1973) ***** e "Adele H" (1975) ****, quest'ultimo da me recensito questa estate) a partire dai suoi esordi nei quali vengono subito presentati i temi a lui più cari, come ad esempio la difficoltà di essere dei buoni genitori ("I 400 colpi" (1959) **** con un Jean Pierre Leaud bambino), oppure la facilità con cui i protagonisti si mettono nei guai ("Tirate sul pianista" (1960) ****) e ancora una tesi complessa sull'amicizia che si trasforma in amore ("Jules e Jim" (1962) *****, uno dei suoi capolavori). In Truffaut in effetti vengono presentate tutte le fasi dell'innamoramento, dall'incontro, alla conoscenza, sino all'amore, ma anche i litigi, che infine portano alla separazione, che non è mai definitiva. Infatti a differenza di Bergman dove i problemi di coppia si sviluppano in eterne discussioni o di Allen nel quale si finisce regolarmente dallo psicologo per dirimere la questione, in Truffaut l'amore sistema le cose da solo e la lontananza è quasi sempre temporanea. Ci sono però delle eccezioni, ad esempio in "La Calda amante" (1964) *** , nel già citato "Adele H" o nel suo penultimo film "La signora della porta accanto" (1981) ***, dove le protagoniste, soprattutto una disperata Fanny Ardant proprio in quest'ultimo, non accettano l'evolversi degli eventi e li forzano attraverso soluzioni tragiche. Gli anni settanta ci presentano un Truffaut stilisticamente impoverito, come molto del cinema europeo dell'epoca, anche per via di una fotografia passata dall'espressività del b/n a un colore slavato, ma malgrado ciò le storie raccontate non hanno perso niente del loro fascino, a partire da "Le due inglesi" (1971) *** con il soggetto di "Jules e Jim" rovesciato. Lì erano due amici che si innamoravano della stessa donna, qui due sorelle dello stesso uomo, sempre con uno sfasamento temporale per non rovinare i rapporti. La sublimazione del racconto si ha con "L'amore fugge" (1979) ***, nel quale gran parte del film è costruito attraverso pezzi di film precedenti e il fedele Leaud, ormai divenuto uomo, a risolvere le sue infinite questioni sentimentali. Gli anni ottanta si presentano immediatamente con uno dei suoi film più amati, "L'ultimo metrò" (1980) ****, con una coppia di eccezione del cinema francese, Catherine Deneuve e Gerard Depardieu e una storia ambientata a Parigi durante l'occupazione tedesca e come in "Effetto Notte" il tema è la recitazione all'interno dello stesso film, in questo caso recita teatrale. Dopo il già citato "La donna della porta accanto" il suo ultimo film prima della morte improvvisa, " Finalmente Domenica!" (1983) ***, è un noir con tinte da commedia, ancora la Ardant con un altro grande del cinema d'oltralpe, Jean Lous Trintignant, film che pare essere un ringraziamento a uno dei suoi idoli giovanili, Alfred Hitchcock, e quelle parole finali pronunciate dall'assassino, che tutto quello che ha fatto è stato fatto per le donne, appare come una sorta di epitaffio dello stesso regista. Nessuno come lui ha saputo raccontare l'universo femminile, anche in anni in cui la rivoluzione culturale ha fatto perdere la bussola agli uomini. Lunga vita al cinema di Truffaut.

Grande Panenka, è un piacere leggere le tue recensioni.
Troppo buono.
La neonata streamtv di Apple distribuisce una mini serie (8 episodi) israeliana piuttosto interessante dal titolo: Teheran. Va da sé che il punto di vista è sbilanciato, e sarebbe anche strano il contrario, però è fatta bene ed è piena di spunti di riflessione. Gli autori vengono dall'esperienza di "Fauda" e si sentono gli echi nella messa in scena di un'altra serie, "Hatufim - Prisoners of War" che è stata poi rilevata ed espansa nella più nota "Homeland". Taluni sostengono che il Mossad stia caldeggiando questa tipologia di operazioni multimediali per istigare il reclutamento. Sarà... mi sembra curioso che debbano ricorrere a forme di indottrinamento indiretto. Anche perchè le realtà presentate non sono così esaltanti. Quelle che ho visto fino ad oggi presentano sempre delle problematicità pesanti e se lo scopo dell'aspirante fosse l'avventura deve mettere in preventivo una vita che definire di merda può essere pure riduttivo. E mica solo per lui: la costante dei racconti è che se la prendano in berta, volenti o nolenti, anche i suoi familiari. Questo in Teheran è ben più che evidente.
 
Il plot è facile da descrivere: i rispettivi governi si detestano scientificamente e scientificamente si combattono. Israele è sempre mosso dall'ansia preventiva in chiave nucleare e gli Iraniani passano tutto il tempo a cercare soluzioni per sterminare il piccolo satana sionista. Salta poi fuori che invece, a livello di popolazione, non sono nemmeno così antipatici gli uni agli altri. Ma i capi lo ignorano e tramano in maniera sempre più sofisticata. A sto giro tocca ad una snella pulzella che oltre ad essere un agente operativo agile e determinato è pure una hacker della madonna. L'idea è quella di fare l'ennesimo barbecue di centrale nucleare con una doccia di bombe aviotrasportate. La pulzella viene inoculata nella paranoica capitale sciita grazie alle sue origini che dovrebbero mimetizzarla al meglio. Ma è più teoria che pratica perchè i servizi iraniani la sgamano in un'amen e comincia la caccia. Nel frattempo che fa da preda deve anche portare a termine la missione. Ci riuscirà? Lo sviluppo è più articolato di quanto si prevede. E nel suo mescolarsi nella capitale si rivelano varie sfaccettature di una società che ha diversi ritmi e dimensioni meno note a livello mainstream.

Molto realistica,  a tratti pure iper-realistica, densa di svolte al limite della confusione, necessita di sottotitoli o si capisce un sega. Saltano continuamente tra farsi, inglese, ebraico, francese e chissà cos'altro al punto che quando i dialoghi sono in italiano suona pure un pò artefatto. Non essendo poliglotta, ho apprezzato però quel minimo di respiro che danno alla visione che tende ad essere immersiva. Se ti prende, ovviamente.

Teheran ***,5
"Uncut Germs" (2019) di Joshua Safdie e Benny Safdie.

Un gioielliere ebreo super indebitato per via delle scommesse si ritrova tra le mani una pietra preziosa, un opale nera, che valuta un milione di dollari e con il quale pensa di risolvere tutti i suoi problemi finanziari. Della pietra si interessa il cestista dei Boston Celtics Kevin Garnett, che interpreta se stesso e che crede che la stessa abbia poteri magici che gli permetteranno di vincere le partite. Il soggetto sembra poca cosa, un'americanata diremmo noi, invece il film è particolarmente riuscito soprattutto per l'interpretazione del gioielliere da parte di Adam Sandler e per la regia dei due fratelli, caratterizzata da un gran ritmo che non permettono allo spettatore di distrarsi un attimo, il cui stile ricorda vari registi pur non arrivando alla scopiazzatura evidente.

Uncut Gems ***
Non solo Truffaut su Raiplay, confuso tra molte cose inutili c'è una sezione dedicata a Ingmar Bergman con 5 film estratti dalla prima parte della sua carriera. Il cinema di Bergman non è una passeggiata per lo spettatore, come per molto del cinema svedese e chi ha visto recentemente" The Square" sa a cosa mi riferisco. La Svezia è un microcosmo a se stante in Europa, poco incline all’influenza esterna. Questo si nota anche nell'arte e i film di Bergman rappresentano uno dei migliori esempi. Nella sua opera è evidente l'influenza del teatro, ad esempio nei primi piani insistenti con i protagonisti che guardano direttamente la cinepresa come se si rivolgessero direttamente verso il pubblico in sala, e poi i temi trattati, che riguardano essenzialmente la sua sfera personale. Come nel primo film della rassegna "Monica e il desiderio" (1953 ****), che ripercorre una sua infuocata relazione con una ragazza dalla sensualità esuberante che il film trasforma in un erotismo inaspettato da far impallidire i registi francesi della nouvelle vague.
Ma sono i temi legati alla fede, alla morte e alle vicende umane analizzate in profondità che rendono il suo cinema unico. Così ne "Il settimo sigillo" (1957 ****), pellicola colma di simboli ambientata nel medioevo, dove la morte si presenta di persona annunciando al protagonista, un cavaliere al ritorno dalle Crociate, che è arrivata la sua ora, mentre lui si dichiara non pronto in quanto afflitto da più di un dubbio sulla sua fede. L'argomento verrà sviscerato con "Luci d’inverno” (1963 ***), dove un uomo decide di farsi prete dopo la morte della moglie rendendosi conto ben presto di essere inconsistente nel dare delle risposte ai suoi fedeli. Con il passare degli anni la regia di Bergman diventa sempre più precisa, con uno stile asciutto priva di fronzoli e raggiungendo l'apice con i temi trattati attraverso la psicanalisi. Ne "Il posto delle fragole" (1957 *****), un professore in pensione ripercorre la propria vita mentre si reca in macchina a ritirare una onorificenza. Rivisita soprattutto il periodo in cui era giovane e capisce ora, ormai prossimo alla morte, delle occasioni che non ha colto e di quanto sia stato egoista, con il solo pensiero rivolto al lavoro. Ma è con "Persona" (1966 *****), che lo stile cinematografico si definisce, in un film che non ha quasi trama e che può essere guardato da angolazioni differenti: seguendo la particolare tecnica utilizzata, con continui primi piani delle protagoniste, i loro visi sovrapposti, i tagli di pellicola, i montaggi accelerati, il tutto dipinto dalla bellissima fotografia di Sven Nykvist. Oppure, prestando più attenzione alla storia, che vede una giovane donna rimanere diafana in quanto inorridita dalla maternità, tanto da desiderare che il figlio nasca morto e trincerandosi nel mutismo come se tentasse di discolparsi autocondannandosi alla pena del silenzio.
Guardare “Persona” è come partecipare a una seduta psicanalitica e in definitiva tutto il cinema di Bergman presenta dei personaggi che hanno difficoltà ad accettare se stessi e si presentano agli altri con una maschera, che solo in condizioni estreme riescono a levarsi.

https://www.raiplay.it/collezioni/in...infoniadautore
Quando ci fai la recensione de " L'esorciccio" ?
  
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